Il successo di un vino, così come quello di una denominazione, porta con sé meriti e inevitabili contraddizioni. Noi appassionati tendiamo spesso a guardare le bottiglie del cuore attraverso il filtro dell’innamoramento. Per comprendere davvero certe dinamiche, però, bisogna ricordare un aspetto fondamentale: siamo una nicchia dentro la nicchia.
Il consumatore medio, davanti a un calice, raramente si pone le domande che ci poniamo noi.
La capacità evolutiva del vino, la sua complessità, il lavoro nascosto dietro ogni bottiglia sono riflessioni che, nella maggior parte dei casi, non gli appartengono. Che ordini una bottiglia al ristorante o la apra a casa, il suo giudizio si riduce quasi sempre a una domanda molto semplice: mi piace oppure no?
Se quel vino coincide con un momento piacevole, probabilmente tornerà ad acquistarlo. In caso contrario, la volta successiva sceglierà altro, dallo scaffale o dalla carta.
È, semplicemente, una questione di interesse.
In fondo succede in ogni ambito. Chi non ha particolare passione per la moda, acquistando un maglione, si limita a capire se gli sta bene oppure no; difficilmente si soffermerà sulla composizione dei filati o sul luogo di produzione.
Nel 2025 il Prosecco ha superato i 667 milioni di bottiglie, confermandosi la bollicina italiana più venduta al mondo. Un successo di queste proporzioni passa inevitabilmente anche attraverso una certa omologazione del gusto. Il consumatore, che si trovi in Italia, a New York o a Singapore, ha conosciuto un prodotto che gli è piaciuto e si aspetta di ritrovare nel bicchiere le stesse caratteristiche.
Naturalmente, anche nei grandi numeri esistono differenze qualitative importanti e fasce di prezzo molto diverse, e per fortuna, aggiungerei. Quello che mi interessa sottolineare, però, è un altro aspetto: ciò che appare disponibile in quantità quasi illimitata finisce spesso per essere percepito come meno prezioso, perdendo lentamente fascino e desiderabilità.
Nell’immaginario collettivo, il Prosecco è ormai considerato un vino semplice, immediato, adatto a ogni occasione e spesso snobbato dagli appassionati più rigorosi.
Il Col Fondo rappresenta invece il metodo storico di produzione del Prosecco (qui su Intravino ne parliamo da sempre: come lettura basti ad esempio Charmat, col fondo, metodo classico: c’è un “vero” Prosecco? Lo sfogo di Silvano Follador e alcune idee, articolo del 2014, ndr): una rifermentazione in bottiglia senza sboccatura, che lascia i lieviti all’interno fino al momento dell’apertura. Se non si decide di separare il deposito, il vino si presenta inevitabilmente più velato, ma complessità e capacità evolutiva cambiano in maniera sorprendente. Ed è proprio qui che il racconto diventa interessante, perché la finestra temporale in cui queste bottiglie possono essere aperte si amplia molto più di quanto si possa immaginare.
Conobbi Luca Ferraro di Bele Casel alcuni anni fa e, da modenese cresciuto respirando bollicine, mi ero ripromesso di andarlo a trovare. Come spesso accade, i tempi si sono allungati oltre il previsto, ma alla fine eccomi qui, a due passi da Asolo, pronto a immergermi nel mondo del Col Fondo.
Passeggiando tra le vigne mi torna in mente una di quelle espressioni usate forse con troppa leggerezza: “viticoltura eroica”. Eppure qui, posso dirlo senza esitazioni, persino quell’espressione sembra riduttiva. Queste vigne hanno qualcosa di quasi surreale: spettacolari, più da sentiero di trekking che da vigneto, ma anche ripide, severe, faticose. Richiedono una cura maniacale e un lavoro continuo.
La composizione del terreno, unita alle forti pendenze, provoca frequenti smottamenti. Le viti sono sostenute da pali di legno che devono essere sostituiti spesso, perché i movimenti del suolo finiscono rapidamente per comprometterne la stabilità.
Qui tutto è manuale. Artigianale, nel senso più autentico del termine.
Ogni filare segue traiettorie diverse, a volte intrecciandosi con quello accanto, richiedendo attenzioni sempre differenti.
La freschezza che caratterizza questi vini non dipende tanto dall’altitudine quanto dalle esposizioni e dalle correnti d’aria, elementi che incidono profondamente sul carattere finale.
Più avanti parlerò del progetto Col Fondo Agricolo, ma prima vale la pena soffermarsi sulla degustazione di Bele Casel: un percorso attraverso tutte le annate dalla 2024 alla 2008, suddivise in tre batterie.
Per affetto nei vostri confronti, e forse anche verso me stesso, vi risparmierò il resoconto analitico di diciassette vini. Preferisco raccontarveli seguendo il filo delle tre sessioni di assaggio.
Gli aromi tipici richiamano il mondo della panificazione, spingendosi talvolta verso la biscotteria, con sfumature che cambiano a seconda dell’annata e dell’evoluzione. Emergono fiori bianchi, erbe aromatiche, mela, pera, talvolta pesca e accenni tropicali. Il finale è sapido, spesso attraversato da una vena mandorlata capace di dare slancio e profondità alla beva.
E veniamo a noi: oltre quaranta vini assaggiati nel corso di una giornata intera che, per piacevolezza, avrei voluto non finisse mai.

Prima batteria: 2024-2019
Il 2024 gioca su una freschezza olfattiva vibrante, con un sorso ancora in piena evoluzione. Il 2023 appare invece già compiuto e appagante, vino di notevole equilibrio. La 2022 si muove su coordinate simili, ma con un finale più snello.
Con la 2021 arriva, a mio avviso, il primo vero scossone: qui il tempo comincia a incidere in modo decisivo. Crescono intensità e profondità, sia olfattive sia gustative, accompagnate da note più speziate e pungenti. Una vera esplosione.
La 2020 si esprime invece con maggiore delicatezza: lavanda e salvia ne costituiscono il biglietto da visita. Si chiude con la 2019, altra annata perfettamente centrata, dove il profilo vira verso agrumi e mineralità, rendendo il vino più affilato e verticale. L’inizio, direi, è decisamente promettente.
Seconda batteria: 2018-2013
Ho trovato questa sessione nettamente divisa in due.
2018, 2017 e 2016 mi hanno conquistato: la prima per intensità, la seconda per espressività aromatica, la terza per progressione gustativa. Le annate successive, pur mostrando buona integrità, mi sono parse più sottili e sfuggenti. Meno nitide.
Quando faccio notare questa impressione, mi spiegano che in quelle versioni mancava la quota di uve provenienti da Monfumo, capace di apportare maggiore struttura e ricchezza.
La mattinata scorre veloce. Con Luca, la sorella Paola e, sotto lo sguardo vigile di Danilo, il padre, riaffiora quella sensazione rara che rende speciali certe esperienze: il privilegio di condividerle con persone autentiche. Prima del pranzo preparato da Antonella, al quale mi unisco con enorme piacere, arriva il momento dell’ultima batteria. La più sorprendente.
Fino a quel momento avevo assaggiato dodici vini che, pur nelle loro differenze, seguivano una traiettoria abbastanza riconoscibile. Una strada lunga, certo, ma lineare. Da qui in avanti, invece, il percorso cambia improvvisamente direzione, quasi a voler dimostrare quanto queste bottiglie, come altri grandi frizzanti, possano diventare profonde e imprevedibili con il passare degli anni.
Terza batteria: 2012-2008
La 2012 è probabilmente il vino che più mi ha colpito al naso durante l’intera degustazione: preciso, vibrante, attraversato da eleganti note di infusione.
La 2011 soffre invece maggiormente, complice un profilo aromatico più opaco e una minore tensione. La 2010 brilla di luce propria: cristallina, precisa, quasi aristocratica nella sua compostezza.
Alla 2009 assegno senza esitazioni l’Oscar della compiutezza. Se dovessi convincere qualcuno delle potenzialità evolutive del Col Fondo, sceglierei proprio questa bottiglia: strutturata, complessa e insieme scorrevole. La 2008, infine, meriterebbe il premio per l’originalità. Parte evocando il Carso, poi cambia continuamente traiettoria, sottraendo riferimenti al degustatore. Non è un vino per tutti, forse, ma è difficile non lasciarsene sedurre.
Davvero gran bei vini, con picchi qualitativi ben superiori alle mie aspettative. Mi sento soddisfatto, ma anche incredibilmente affamato.
Pranziamo e continuiamo a ridere di gusto, tanto che la giornata assume i contorni lievi di una piccola vacanza. Sto così bene che, invece di concederci una pausa dopo pranzo, decidiamo di proseguire il viaggio mentre Luca mi racconta qualcosa di più sul progetto.
Col Fondo Agricolo nasce dalla volontà sua e di altri due amici di dare una nuova identità e maggiore riconoscibilità a questo vino. Decidono così di coinvolgere altri produttori ritenuti meritevoli, formando un gruppo riunito sotto lo stesso nome.
Le regole principali sono poche ma chiarissime:
- essendo commercializzato con il tappo a corona, il vino non può essere definito Prosecco ma Colli Trevigiani igt
- i produttori devono far parte della FIVI
- il vino può essere messo in vendita soltanto dal 1° gennaio del secondo anno successivo alla vendemmia
- ogni annata è identificata da una fascetta colorata, così da rendere immediatamente riconoscibile il millesimo
- l’idoneità viene stabilita da una commissione d’assaggio esterna e indipendente.
I vini devono essere tipici, corretti e capaci di evolvere nel tempo, senza inseguire standardizzazioni. Anzi, ciò che colpisce è proprio la libertà interpretativa e stilistica.
Posso affermarlo con convinzione perché nel pomeriggio ho avuto modo di degustare i 2023 di tutti i membri di Col Fondo Agricolo, trovando differenze sostanziali pur all’interno di una buona qualità media.
A grandi linee, potrei riassumere così le diverse espressioni territoriali: a est, i suoli argillosi di origine glaciale danno vita a vini ampi e fruttati; al centro, le colline più ripide, composte da argille e marne nate dal fondo del mare, regalano eleganza floreale e note di frutta bianca; verso Valdobbiadene, invece, i pendii verticali e sabbiosi producono vini tesi, sapidi, dalla vibrante freschezza agrumata. I Colli Asolani completano il quadro con vini più strutturati e asciutti, dal carattere minerale e saporito.
Mi rendo conto che queste righe siano inevitabilmente generiche. Per comprendere davvero questo mondo serve tempo e, per quanto mi riguarda, credo che chiunque non conosca ancora il Col Fondo dovrebbe assaggiarlo almeno una volta: le probabilità di restarne sorpresi sono decisamente alte.
È stata un’esperienza arricchente sotto ogni punto di vista, umano oltreché conoscitivo. Un viaggio intenso dentro un vino di cui troppo spesso si parla superficialmente, senza conoscerne le sfumature più autentiche.
È un tema a cui tengo molto perché, da quelle parti come accade da me con il Lambrusco, si fatica più che altrove a emergere, anche a causa di scelte sbagliate compiute in passato. Eppure posso assicurarvi che i fuoriclasse non mancano. Bele Casel è sicuramente uno di questi.

