Accade spesso – e sempre stupisce – che la primavera esordisca con giorni più freddi di quelli dell’inverno appena trascorso: ideali per percorrere aguzzi tornanti bordati di neve e raggiungere Gualdo, provincia di Macerata, settecento abitanti a quasi settecento metri di altezza. L’aria punge nella luce metallica; superato il lago di Fiastra si è sorvegliati alle spalle dai Sibillini nord-orientali, svettanti oltre i millecinquecento metri, la cui veste candida dona per l’occasione un supplemento di maestosità. Esposizioni e giaciture dei terreni lasciati a seminativo suggeriscono una presenza passata della vite ben maggiore dell’attuale, residuata in sparuti filari mimetizzati nel paesaggio. E’ documentato del resto come a metà 800 tra i comuni di Gualdo e Sarnano gli ettari vitati fossero più di tremila, pari a un quarto dell’intera superficie agricola, tutti con maritamento all’acero selvatico scelto come tutore per l’immunità dai parassiti e per l’apparato radicale fittonante che evitava competizioni con altre colture; il tenore zuccherino delle foglie, inoltre, ne faceva il foraggio preferito dai bovini usati per lavorare i campi.
Le colline, costantemente ventilate, condividono la composizione arenaria e marnosa del massiccio appenninico che le sovrasta; il clima è continentale, con decise escursioni termiche tra giorno e notte nella stagione estiva.
E’ sempre stata zona di bianchi, questa: prevalenza di malvasia di Candia integrata da crescenti quote di trebbiano toscano in avvicinamento al mare – l’Adriatico è a cinquanta chilometri – per la maggiore resistenza all’oidio; a completare il quadro, frazioni variabili di circoscritte varietà locali. Il vino, quale complemento alimentare, ha qui avuto nei secoli una capillare dimensione domestica. In mancanza di affidabili conservanti enologici, la necessità di garantire serbevolezza a liquidi scarsamente concentrati e di basso grado alcolico ha introdotto l’espediente – man mano divenuto tradizione – del vino cotto, ottenuto facendo bollire il mosto in caldari di rame per lasciarlo poi fermentare lentamente in botti di legni vari.
A partire dal secondo dopoguerra si sono sovrapposti due fenomeni: da un lato lo spopolamento delle campagne con la fine della mezzadria e dall’altro l’erogazione di finanziamenti pubblici per la sostituzione degli impianti maritati con moderni sistemi a spalliera. In via analoga ad altre parti d’Italia, un sistema agricolo e culturale è stato progressivamente eroso da un efficientismo liberatorio ma sordo. Le cooperative sociali, pur portatrici di innegabili progressi tecnologici, hanno omologato il prodotto finale sottraendo specificità identitaria: è stato così che il bianco quotidiano di un intero areale ha finito per perdere voce dentro il suo stesso ambito.
Andrea Polidoro è nato a Scauri nel 1987. Il nonno materno, Sante Campogiani, emigrò negli anni ’50 da Sarnano verso la Ciociaria attratto da maggiori possibilità di lavoro. Andrea ha trascorso gran parte delle estati dell’infanzia e dell’adolescenza proprio a Sarnano, richiamato dal legame familiare e dalla bellezza del luogo. Conseguita la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, dopo alcune significative esperienze nell’ambito del management musicale si è trasferito per tre anni a Bordeaux dove ha iniziato a occuparsi di vino per conto di una rivista specializzata; dall’incontro con Ornella Tondini e Lionel Cousin di Cupano, avvenuto in Francia per un servizio, è nata una collaborazione che a partire dal 2017 lo ha portato ad assumere gradualmente la guida tecnica dell’azienda ilcinese, ruolo che ancor oggi ricopre. Due anni più tardi, in cerca di un sito marchigiano dove avviare un progetto indipendente, su segnalazione del ristoratore e storico enogastronomico Silvano Scalzini si è imbattuto in una vecchia vigna maritata nei dintorni di Gualdo, incolta da decenni. Un autentico tesoro biologico, irriconoscibile come tale a occhi non esperti: un pugno di piante a piede franco di malvasia di Candia e malvasia di Sarnano, avvinte ad aceri selvatici, dimorate a cavallo tra 800 e ‘900 oltre seicento metri di altezza. La bontà della vinificazione estemporanea realizzata da Andrea con la poca uva che c’era ha persuaso il proprietario dell’appezzamento, Gianfranco Rommozzi, a costituire una società tra loro due e il genero Matei Krajnc al fine di recuperare lo scarno patrimonio viticolo rimasto in zona. L’affitto nel 2021 di vigne a filare nelle frazioni Tomassucci e Contro, unitamente a quello di una cantina contigua al centro storico di Gualdo, ha segnato la nascita di Contrada Contro; oggi l’azienda è in regime biologico e gestisce complessivamente tre ettari e mezzo con le recenti acquisizioni di vigne – sempre in affitto – nelle contrade Biordi, Castello, Poggio e Immacolata, ciascuna delle quali dà vita a un vino distinto: rossi in Biordi e Castello, rosato in Poggio, bianchi in Tomassucci, Contro e Immacolata. I terreni, assai drenanti, vengono lasciati spontaneamente inerbiti; il sistema di potatura è a doppio guyot tenuto alto per evitare banchetti notturni da parte della fauna selvatica.
I bianchi si ottengono da una pressatura forte – fino a 2,5 bar – alternando nel torchio strati di acini e raspi, con separazione delle bucce dal mosto al termine della spremitura. Seguono fermentazioni spontanee a temperatura non controllata in botti di rovere francese di capienza compresa tra 228 e 600 litri; negli stessi contenitori viene svolta la malolattica e un élevage dai 12 ai 15 mesi. Nessuna chiarifica o filtrazione, né batonnage. L’obiettivo è conferire struttura a vini chiamati ad accompagnare una cucina locale basata su oche, maiali e conigli, modulando un’estrazione che salvaguardi al contempo l’articolazione espressiva dei cru. Il genius loci – portatore di proporzioni slanciate a piena maturità fenolica – è così veicolato attraverso liquidi levigati ma energici, innervati da una tensione sotterranea spesa con gradualità anziché sciupata negli strappi di acidità autoreferenziali.
Le competenze di Andrea, acquisite tra Italia e Francia, sono messe intelligentemente al servizio delle peculiarità di questo lembo di Marche sconosciuto al di fuori dei propri confini, operando la traduzione attualizzata di una lingua antica. Riabilitare vecchie vigne per farne oggetto di scrupolose vinificazioni separate significa recuperare un gusto e custodire uno sguardo; il carattere sperimentale dell’impresa, esplorativo di potenzialità ancora in parte silenti, ribadisce come per dare linfa a un sentimento occorra il desiderio ben più della nostalgia.
I vini
Case Sparse 2025
trebbiano e malvasia in assetto variabile da microparcelle di conferitori locali; affinamento di 6 mesi in legno, acciaio e cemento. Formidabile “vino della casa” – o meglio “delle case” – la cui genesi corale compone un mosaico di sfaccettata semplicità. A suo agio tanto nel calice quanto nel gotto, riassume a ogni sorso duttilità gastronomica e capacità dissetante. Esemplare comprimario a tavola, da prezioso facilitatore conviviale.
Contrada Immacolata 2025 (da botte)
appezzamento di proprietà conventuale a 420 metri su terreno privo di argille, orientato a ovest; trebbiano e malvasia piantate nel 1990. Tiene fede al nome che porta esibendo delicatezza e nitore. L’alta acidità rilevata alle analisi si mimetizza nella percezione tattile, dove il vino pare procedere in punta di piedi; le movenze flessuose lasciano immaginare una godibilità immediata e riusciti accostamenti a piatti vegetali.
Contrada Tomassucci 2024
prima vigna a filare nel comune di Gualdo, anno 1972. Poco più di un ettaro a 620 metri, sabbia e limo con molto calcare; malvasia di Candia per oltre la metà, un terzo di trebbiano toscano, residuo di maceratino e verdicchio. Naso aristocratico di sassi, erbe montane e burro fresco; continuo e progressivo in bocca, appena trattenuto dalla gioventù. Finale debordante, salatissimo.
Contrada Contro 2024
un ettaro di vigna del 1976 a 530 metri; composizione simile a Tomassucci con supplemento di argilla, leggermente più a ovest. Trebbiano e malvasia in parti uguali, saldo di santa maria. Elegante e respirabile su note di fiori, buccia di agrumi e melone bianco, dà in bocca il meglio di sé: tridimensionale e reattivo, colpisce per la pienezza indossata con disinvoltura, forte di una naturale verticalità.
Contrada Poggio 2025
vigna promiscua del 1980 su sabbia e limo a 590 metri, prossima ai rilievi montuosi sopra Sarnano. Melting pot di trebbiano, malvasia, montepulciano e sangiovese pressati insieme; fermentazione e maturazione in barrique. Di coesione sorprendente all’assaggio: agile, saporito, goloso, quanto di meglio si possa chiedere a un rosato. Vin de soif a schiena dritta, privo di smancerie.
Contrada Biordi 2024
blend di due terzi di sangiovese, un quarto di montepulciano e un decimo di malvasia, con parziale uso dei raspi. La fantasia delle proporzioni trova ordine nel bicchiere, dove l’esuberanza del frutto è tenuta a bada dalla precisione di mano; fini sentori erbacei e radicosi contornano una persistenza misurata, propositiva. Vigna del 1964 a 430 metri di pura arenaria, in genere la prima a essere raccolta.
Contrada Castello 2025 (da botte)
vigna del 1978, stessa geologia di Biordi ma centosettanta metri più in alto, l’ultima a vendemmiarsi. 80% montepulciano diraspato e 20% sangiovese a grappolo intero, vinificati separatamente. L’assemblaggio in fieri vibra di squillante gagliardia, trarrà ulteriore definizione dall’affinamento in vetro.
Vino di Sante 2025 (da clayver)
malvasie di Candia e di Sarnano ultracentenarie a piede franco, da due parcelle sabbiose a 630 metri di altezza: una esposta a nord-ovest nel territorio del comune di Gualdo, con viti e aceri selvatici in simbiosi tra loro; l’altra a pieno ovest in località Vecciola di Sopra, frazione di Sarnano, con sistema in origine maritato e poi convertito a tendone da chissà chi. Fusti liberi e solenni, che immiseriscono al confronto l’irreggimentazione delle odierne vigne a spalliera. Fermentazione e affinamento in ceramica. Le cinquecento bottiglie annue – d’inestimabile valore filologico – racchiudono un vino sobrio e signorile, il cui ordito floreale è intrecciato a una fitta trama di piante officinali. La profondità di origine fluisce in un ritmo gustativo compassato, di tenace persistenza tattile, eco di saggezze inossidabili.

