Per la seconda volta, come ricorda Raffaele Foglia nella prima notizia, questa selezione estiva è dedicata ai vini rossi, che io adoro ogni mese dell’anno. Raffaele scrive cose giuste. Io ne aggiungo un’altra: si deve bere per curiosità o per assecondare i nostri piaceri, mai per compiacere qualcuno o qualcosa. Guai temere di essere giudicati fuori luogo, anzi. Se vi versate un rosso, sarete invidiati da tanti vicini a voi che non se la sentono di andare controcorrente. A un patto: evitate di provocare, ci deve sempre essere una logica nelle scelte che si fanno. – Paolo Marchi
Vini rossi d’estate, perché no?
Certe volte sono i nostri stessi sensi a ingannarci. D’estate, per esempio, guardiamo al vino pensando a qualcosa di più leggero e fresco, escludendo a priori i vini rossi. E così magari, credendo di fare la scelta giusta, ordiniamo una bella bottiglia di vino bianco, senza pensarci troppo. Magari servita fredda, anche più del necessario. Poi, dopo che ci è stata servita, diamo un’occhiata alla controetichetta, scoprendo che quel vino bianco leggero ha, magari, 14,5% di alcol. Ma era fresco… Vogliamo, anche quest’anno come già fatto nel 2024, sfatare un mito: si può bere benissimo vini rossi anche d’estate. Anzi, il rischio è che questi vengano ancora più apprezzati, proprio perché ci stupiscono, in positivo. L’importante, lo ribadiamo, è evitare la cosiddetta “temperatura ambiente”. Il vino rosso, quando ci sono giornate da 30 gradi centigradi, va messo in frigo. Se poi fosse troppo freddo? Basta tenerlo nel bicchiere e in poco tempo si raggiunge la giusta temperatura. Bere sì, ma sempre con saggezza. – Raffaele Foglia
Noelia Ricci, un Sangiovese senza trucchi
Godenza è un Sangiovese in purezza, una memoria liquida di Predappio, in Emilia-Romagna. È il cru che meglio racconta l’identità di Noelia Ricci: 100% Sangiovese, appunto, nato sulle colline di San Cristoforo, a 340 metri, dove le vigne affondano le radici in marne calcaree e sabbie antiche, resti fossili di un mare scomparso. Qui il vento dell’Adriatico accarezza i filari, mentre la natura lavora in equilibrio con l’uomo. La vinificazione è essenziale, rispettosa: fermentazioni spontanee, lunghe macerazioni (45 giorni) in acciaio, affinamento in cemento crudo e poi in bottiglia. Nessuna chiarifica, nessun trucco. Solo uva, tempo e territorio. Nel calice è luminoso, quasi trasparente, ma la sua voce è profonda: frutti rossi, agrumi amari, tocchi di tè nero e terra umida. In bocca è teso, salino, dalla beva slanciata. Come la scimmia in etichetta, simbolo di osservazione e ritorno alle origini, anche questo vino guarda al passato per restituire un futuro autentico: quello di un territorio che parla piano, ma chiaro, a chi ha voglia di ascoltarlo.
Stefania Oggioni

