Il vino è in crisi, il vino non è fico, il vino fa male, il vino stordisce, il vino fa ingrassare. E poi, i controlli ti impediscono di berne, con due bicchieri ti danno l’ergastolo, i dealcolati sono pronti a divellere, la salute è un valore , ogni sessantenne deve dimostarne 30, l’economia è a pezzi, gli stipendi sono bassi e una serie infinita di verità, mezze verità, luoghi comuni, sentenze apocalittiche gettate nella lavatrice dialettica contemporanea.
Il settore vino risponde sempre maldestramente: è ingessato, impaurito, si scusa di esistere. Gli appassionati si incartano in battaglie di retroguardia e retoriche manichee. Chi assaggia solo con la testa, chi beve solo 7 vini, chi 2 vitigni, chi si lamenta, chi ha smesso di digerire. Troppi pochi sorridono, si godono una bevuta, pensano e raccontano il vino ancora come una bevanda. Non necessaria, sicuramente. Come tutte le cose belle.
Ho deciso di raccontare 100 vini economici, 100 vini che mi fanno stare bene, che scendono senza storie, ma senza essere banali, che hanno energia, vita, forza espressiva. Vini che vendo, non vendo, conosco bene, mi piacciono. Sono pensati di volta in volta, senza progettualità, con il solo scopo di rimarcare il valore di una bella boccia messa in condivisione, gioiosa. Spensierata.
Alla fine sto a casa mia, pochi mi leggono e decido io. 100 per darmi una missione, rubricarla. Non darla vinta alla pigrizia.
Ho assaggiato tanto (anzi tutto) e bene, molto bene, nella due giorni che Teatro del Vino ha organizzato a Villa Castelletti con tutti i produttori italiani e una selezione degli esteri. Con particolare attenzione alle novità del catalogo, come I garagisti di Sorgono.
Tre uomini e tre facce, scolpite anche sulle etichette. Un territorio, tra Barbagia e Campitano, di indomabile fascino ancestrale, tra culture ad alberello, vigne vecchissime e altitudini sempre sopra i 550 metri. Ma soprattutto, un profilo di vini che si smarca dagli eccessi estrattivi per cercare vibrazioni, finezza e bevibilità. Non privi delle alcolicità importanti di queste zone, ma per nulla percepite durante gli assaggi. Mandrolisai, Monica e Cannonau sono i vitigni; quest’ultimo, il più noto e il più legato, appunto, a un’idea generale di carnosità e densità a volte eccessiva, vive e straripa in “Manca“, apologo di profondità ghiotta e mai seriosa, tra ricami di frutta rossa, mirto e pepe. Polposo, squillante e irresistibile.
Lo riprovo a casa con la calma di un arrosto e di colpo mi ritorna in mente il campeggio a Orosei, i Ferragosto a maialino e cannonau, con nessuno che si curava delle conseguenze fisiche perché l’unica certezza era il gavettone gelato delle 16.00, in piena digestione.
E il prezzo? Decisamente felice. Se il più smaliziato bevitore con la calcolatrice mentale comincia ad associare viticultura contadina, terreni impervi, altitudini, alberelli, rese bassissime, facce sulle etichette, identità territoriale e si aspetta che tutti questi fattori faranno lievitare i prezzi per fortuna si sbaglia: rimaniamo fortemente all’interno di un range accessibile e consono alle velleità di questa rubrica. Una bottiglia da 25 euro a scaffale in enoteca.
Un vino per stare bene. Anche se il vino fa male. Ma essere in salute sempre e a tutti i costi molto di più.

